Biografia

Tempio ai tempi di D.G.Pes L'entroterra culturale Percorso letterario
Il Catullo gallurese

Caro Don Baignu...

Dedicato a don Baignu

Don Baignu


CARO DON BAIGNU



Caro Don Baignu,
ti scrivo per dirti alcune cose affinché tu non te ne dimentichi. Nel Settecento la Sardegna, così povera di poeti, ebbe non uno, ma addirittura due catulli.
Francesco Carboni che ebbe l'elogiativo soprannome di Catullo cristiano e tu definito il Catullo gallurese. Comunque siete due poeti ben diversi perché il Carboni era tutto classico e cristiano e tu tutto dialettale e sensuale; lui contento a riecheggiare l'eleganza dei latinisti italiani e tu contento di dar voce agli amori contadini di Gallura. Però il Carboni, conosciuto da tutta l'Italia letteraria del Settecento, amico di principi e papi, conteso dalle più raffinate e chiuse accademie, rimase senza un eco nella storia del costume isolano: morto il gusto letterario del secolo la sua memoria resta ora confinata nelle biblioteche. Tu, invece sei ancora vivo nella memoria dei galluresi: parlando di Don Baignu, come ti chiamavano i tuoi conterranei, ancor oggi si può ripetere di te quello che, più di un secolo fa, scriveva un tuo biografo: - Le poesie del Pes mantengono ancora oggi una celebrità popolare, e si cantano nella Gallura dalle donne, dai giovani e dai vecchi, nelle feste, nei convitti, nelle adunanze pubbliche e private.

Sono le poesie di un trovatore nazionale, che cantò con più classe e fortuna degli altri i vari casi d'amore, le passioni, le dolcezze, gli affanni, gli sdegni e le paci degli amanti."
Tu sei nato nel 1724 a Tempio e, diventato sacerdote per il desiderio di una vita serena e senza affanni, sei vissuto senza preoccupazioni sino alla morte, avvenuta nel 1795. Salvo qualche soggiorno a Cagliari sei rimasto sempre a Tempio ammirato e, sul finire dell'esistenza, quasi adorato dai tuoi compaesani, che vedevano in te, come giustamente diceva il biografo che abbiamo citato, "un trovatore nazionale".

Questo eri tu, e questo -soprattutto- volevi essere: la voce poetica che esprimeva, di quel mondo contadino, naturalmente educato e gentile, un modello di vita, privo di grandi ideali e di virtù, senza drammi e senza esaltazioni: un mondo di sobrietà e di semplicità, di rapporti umani schietti e precisi dove la virtù fondamentale è, appunto, questa medietà dei toni psicologici, questa impossibilità delle vicende storiche come di quelle sentimentali di assumervi un profilo troppo inciso, di colori troppo accesi.

Chi conosce la Gallura sa che questa è, ancora oggi, la virtù fondamentale dei galluresi nei quali sorprende sempre, accanto alla mancanza delle più drammatiche e robuste vocazioni morali, che sono proprie delle società barbaricine, la presenza di un comune patrimonio di verità e saggezza, una capacità di guardare il mondo con occhi tranquilli, di ricavarne una cifra di serena equità.
Di questa società tu hai cantato soprattutto le vicende dell'amore: coinvolgendoti a dispetto delle vesti che indossavi, in una certa visione pagana che è propria dei galluresi, cantasti storie di amanti felici e di amanti traditi, tutta la gamma di speranze, di disdegni, di litigi, di riappacificazioni, di gelosia e di sofferenza nei cuori innamorati. Nei tuoi versi, però, queste vicende conservano una loro dignità, un loro decoro, come se tu usassi proprio la poesia per sottrarle al potere doloroso dei sensi e per fissarle, invece, in un gesto già stilizzato, in una cadenza musicale.
Le più belle delle tue composizioni hanno all'inizio un ritornello che torna ripetuto dopo ogni strofa: è come la sigla che serve per racchiudere la vicenda in un moto di proverbio o in una invenzione galante, sicché tutta la materia del canto è assunta in questa atmosfera di rarefatta eleganza come in questi passi:

Lu `idetti mi poni in agunia,
lu no `idetti m'arreca a murì

Oppure:

No si poni risistì
chisti dui estremi folti:
lu `idetti è la me' molti,
lu no `idetti è murì.

Sono due canzoni diverse, con un metro diverso, una diversa storia, ma la sigla è identica, con la stessa grazia musicale, con lo stesso gusto della contrapposizione (vv.5,6). Ma la bellezza delle tue poesie sta proprio in questo atteggiamento verso la materia del canto, in questa naturale disposizione a risolverla in una formula:

Di la me' ita li più dolci istanti
So' li chi passu, beddha, in aduratti.

Questo stesso atteggiamento è facile coglierlo anche nelle tue più grandi e celebrate composizioni: "Lu tempu" e "Lu pintimentu". La loro chiave interpretativa, da tempo, è stata fissata in un tuo moto di accoramento per una vita sciupata fra le vane speranze e le vane sofferenze d'amore: una specie di tardivo affiorare di crisi religiosa. Ma i versi, con la loro musica sapiente, con le loro raffinate contrapposizioni, con il gusto delle immagini eleganti e serene, ci dicono che nulla è cambiato, in te, nemmeno sul margine della morte proprio perché anche quella della giovinezza, della tua poesia più apertamente sensuale, era essa pure una identica saggezza, nutrita dalla sostanziale purezza di cuore con cui tu passasti attraverso le tue vicende d'amore, purificandole nella poesia.
Ma questa poesia non è solo poesia d'amore: è il più compiuto ritratto della civiltà spirituale gallurese, così come essa si è venuta maturando attraverso i secoli. Per questo tu vivi ancora nei canti degli "stazzi", sulle aie, nelle vendemmie, nelle serate d'inverno attorno ai camini fumanti, perché tu eri e sei il vero trovatore di tutti i gentili uomini di Gallura.
Caro Don Baignu, certo che avrai apprezzato questa nostra iniziativa che vuole onorarti e riproporti agli studenti di oggi.
Ti saluto affettuosamente, un tuo ammiratore

Nicola Pirisinu



Gli studenti che hanno effettuato il lavoro di ricerca su Don Gavino Pes sono stati guidati dalla prof.ssa Paola Scanu