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Età Romana

Nel 38 a.C., dopo due secoli di lotta, la Sardegna divenne completamente romana.
Le differenze fra le due aree, tuttavia continuarono. Nelle zone costiere e pianeggianti, dove vivevano, fianco a fianco, i vincitori e i vinti, continuò a svilupparsi il latifondo utilizzato prevalentemente per la produzione di cereali. Le classi dominanti erano costituite da commercianti e ricchi proprietari terrieri perfettamente integrati con la cultura romana e che avevano frequenti rapporti con Roma.
Nelle zone interne, invece, continuò a sopravvivere una società di tipo pastorale: i pastori praticavano l'allevamento in pascoli comuni, vestivano pelli di animali e si nutrivano essenzialmente di carne e latticini. I rapporti fra i due gruppi erano sporadici e si limitavano a qualche scambio commerciali o a qualche scorreria dei pastori per impadronirsi delle messi mature.
L'esistenza di due realtà sociali, economiche e culturali ben distinti era nota sin dai primi decenni dell'impero: Romània era il territorio romanizzato, Barbària quello abitato dagli indigeni. I due termini vengono dagli studiosi identificati con i toponimi Romangia, il retroterra dell'unica colonia romana dell'isola, Turris Libysonis (Porto Torres), e Barbagia documentato per la zona intorno a Forum Traiani (Fordongianus) e nelle zone montuose del Gennargentu.
La zona della Barbaria non fu mai completamente dominata dai Romani che la isolarono con presidi militari e cippi di confine.
In breve tempo la Sardegna divenne l'indispensabile fonte di approvvigionamento granario per la capitale tanto che, per favorire l'arrivo dei prodotti per l'imbarco, vennero costruite cinque grandi strade nei tracciati precedenti.
Tutte le strade seguivano il percorso da nord a sud passando per Olbia, Tibula e Turris Libysonis per arrivare a Karales.

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