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Età Romana

Nei primi anni della repubblica i Romani si disinteressarono della Sardegna, perché in quel periodo erano una potenza essenzialmente terrestre tanto che nel 509 a.C. stipularono con Cartagine un trattato che le permetteva di conquistare tutte le isole intorno al Mediterraneo.
I Romani iniziarono ad interessarsi dell'isola nel 264 a.C., quando scoppiò il conflitto tra Roma e Cartagine, perché la Sardegna era un'isola ricca di minerali, di prodotti d'allevamento e d'agricoltura e, soprattutto, per la sua posizione strategica che permetteva di controllare il Mediterraneo occidentale, ma l'occasione per intervenire arrivò qualche decennio dopo.
Nel 238 a.C. Roma accettò una richiesta di intervento avanzata dalle truppe mercenarie, stanziate in Sardegna, che si erano ribellate a Cartagine. Il console Tiberio Sempione Gracco sbarcò sull'isola e se ne impadronì senza incontrare alcuna resistenza da parte delle città sardo-puniche.
La resistenza avvenne, invece da parte dei sardo-nuragici che si opposero alla conquista da parte dei Romani, così come si erano opposti a quella cartaginese, poiché temevano soprattutto l'espandersi dell'economia agricola e latifondista a danno della propria, pastorale e condotta su pascoli comuni.
Per difendersi le popolazioni lottarono con accanimento attaccando a sorpresa le truppe romane e rifugiandosi, poi, nelle loro massicce fortezze, i nuraghe, da cui rintuzzavano gli attacchi dei nemici.
Era la lotta per la sopravvivenza, ma era una lotta impari: Roma era troppo potente e troppo determinata e di fronte alla gravità della situazione condusse diverse campagne militari utilizzando tutti i mezzi a disposizione: l'uso di cani addestrati per scoprire i fuggiaschi, per esempio, o la distruzione delle fortezze che furono in parte smantellate e in parte rase al suolo (oggi non esiste neanche un nuraghe intero).

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