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Dalla fusione all'Autonomia

La perdita dell'autonomia.
Uno dei momenti più importanti della vita politico-sociale sarda fu certamente quello della fusione con gli Stati di terraferma, chiesta ed ottenuta alla fine del 1847.
Il suo significato, visto soprattutto in rapporto a ciò che costituì il problema della Questione Sarda, è stato variamente interpretato e valutato. Una delle questioni che ebbero un notevole peso al momento della richiesta fu quello del sistema tributario e finanziario. La Sardegna, infatti, era giunta quasi alla metà del XIX secolo senza avere né un catasto urbano né un catasto terriero, al contrario di molti comuni italiani. L'Isola era rimasta priva di un suo catasto anche dopo l'abolizione del sistema feudale (Editto Reale, 21 maggio 1836) e ciò in quanto nulla venne a modificare il suo speciale regime terriero basato sulla comunione delle terre e dei pascoli.
La carenza di una legislazione in materia aveva causato gravi inconvenienti già dall'applicazione dell'editto delle chiudende (1820), in quanto il suolo sardo era privo di quegli elementi indispensabili a provare i titoli di godimento dei terreni e i limiti dei fondi, come pure per l'esistenza di numerose servitù consuetudinarie (passaggio, fonti, legna) non documentato con titolo scritto.
Con l'intento di acquisire gli elementi di valutazione, Carlo Alberto aveva emanato nel 1839 un regolamento sulla divisione dei terreni, ma l'impianto del vero catasto si ebbe soltanto nel 1851. Si sentiva in misura netta l'esigenza di inserire l'isola in un sistema economico più valido e più vasto, e ciò soprattutto quando si cominciò a parlare di una lega doganale italiana. Infatti quando diversi stati italiani si unirono per costituire la lega a cui aderirono, nel 1847, lo Stato Pontificio, il Regno di Sardegna e il Granducato di Toscana, nell'isola si iniziò a guardare con interesse all'iniziativa.

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